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Data di pubblicazione: 4 Giugno 2019

Gravi patologie e diritto al part time

Emilio Tronconi
Responsabile Ricerca e Sviluppo Medicina del Lavoro Gruppo SILAQ

Riprendendo una importante tutela già prevista dall’articolo 46 del D.Lgs. 276/2003, l’articolo 8, comma 3 del D.Lgs. 81/2015 sancisce che i lavoratori del settore pubblico e del settore privato affetti da patologie oncologiche, nonché da gravi patologie cronico-degenerative ingravescenti, che determinano una ridotta capacità lavorativa – eventualmente anche a causa degli effetti invalidanti di terapie salvavita – hanno diritto alla trasformazione del rapporto di lavoro a tempo pieno in lavoro a tempo parziale. Tale rapporto di lavoro a tempo parziale potrà essere trasformato nuovamente in rapporto a tempo pieno su richiesta del lavoratore, qualora lo stato di salute lo renda possibile. La ridotta capacità lavorativa, anche solo temporanea, è accertata da una Commissione medica istituita presso l’Unità Sanitaria territorialmente competente; restano in ogni caso salve disposizioni più favorevoli per il prestatore di lavoro.

Nella Circolare 22 dicembre 2005 n. 40 il Ministero del lavoro aveva affermato che tale potestà non poteva essere negata sulla base di contrastanti esigenze aziendali. A tali esigenze, e all’accordo tra le parti, era solamente rimessa la quantificazione dell’orario ridotto, nonché la scelta tra modalità orizzontali oppure verticali di organizzazione dello stesso. Priorità dovevano essere considerate le esigenze individuali specifiche nell’immediato del lavoratore o della lavoratrice, quali le terapie e la riabilitazione funzionale ai fini del reinserimento professionale.

Ritengo che tale tutela sia molto importante in relazione all’aumento della età pensionabile. L’Italia è ai primi posti in Europa come aspettativa di vita (80,3 anni per i maschi e 84,6 anni per le femmine), ma agli ultimi posti come aspettativa di vita in buona salute senza malattie (59,2 anni per i maschi e 57,3 anni per le femmine). Le cause possono essere comportamentali ed organizzative. Il problema è noto a noi medici competenti che sempre più ci troviamo a gestire il reinserimento di lavoratori e lavoratrici che tornano dopo l’esperienza spesso traumatizzante di gravi malattie, fortunatamente sempre più curabili o, comunque, con possibilità di stabilizzazione. In questi casi la soluzione non è il prepensionamento, che tra l’altro non viene concesso salvo casi particolarmente compromessi, ma è il graduale e mirato reinserimento con limitazioni e prescrizioni a volte solo temporanee.

Centrale deve essere il ruolo del medico competente, che, tra gli obblighi sanciti dall’articolo 25 del D.Lgs. 81/08, ha quello di collaborare alla attuazione e valorizzazione di programmi volontari di “promozione della salute” fondamentali per il miglioramento dei comportamenti individuali, al fine della prevenzione dalle malattie anche non occupazionali.

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