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Data di pubblicazione: 16 Ottobre 2019

Giornata Nazionale delle vittime sul lavoro

Stefano Giannaccini
Responsabile Didattica

Domenica è sempre una giornata in cui si ha più tempo per se stessi, si è meno trafelati, meno multitasking…si ha maggior possibilità di leggere e soprattutto approfondire le notizie senza fermarsi ai soli titoli. Domenica 13 ottobre, in concomitanza della Giornata nazionale per le vittime degli infortuni sul lavoro, il Corriere della Sera ha dedicato un’intera pagina – firmata da Giusi Fasano – a un’inchiesta sugli incidenti sul lavoro: un esauriente e appassionato articolo preciso nei contenuti e coerente nella disamina di un fenomeno tra i più gravi e purtroppo tra i meno attenzionati, che purtroppo sale agli onori delle cronache in occasione di infortuni mortali o di incidenti ambientali rilevanti, ma che non può rimanere lontano dai riflettori.

Chi “fa sicurezza sul lavoro” conosce perfettamente il perimetro di questa situazione, che ai più sfugge probabilmente fino a che non vengono in qualche modo coinvolti in prima persona.

Come riportato nell'articolo, le cifre parlano da sole: un ferito da infortunio sul lavoro ogni 50 secondi e 3 infortuni mortali ogni giorno… ogni giorno. L’annus horribilis è stato il lontano 1963 con 4.644 morti sul lavoro, ma parliamo veramente di un’altra epoca: attrezzature obsolete, mezzi sommari, lavoratori e lavoratrici poco o nulla responsabilizzati sulla sicurezza, imprenditori impreparati. Da allora il trend è andato drasticamente diminuendo, e anche se il fattore rischio è una probabilità intrinseca a qualsiasi attività lavorativa, non possiamo abbassare la guardia su un fenomeno che merita la massima attenzione da parte di tutte le parti coinvolte.

L’articolo esamina il problema da diversi punti di vista: il legislatore/controllore, il tecnico, il sindacato e l’imprenditore, cioè i quattro attori che costituiscono il “security ring”. Ognuno ha le sue ragioni, le sue motivazioni e talvolta rivendicazioni assolutamente condivisibili ma, come insegna chi studia ampi fenomeni sociali come questo, alla presa di coscienza deve seguire una mappatura del problema e un’attività di individuazione delle misure tese a eliminare – o almeno a ridurre – la relativa capacità di creare un danno fisico. È la normativa stessa (il Decreto Legislativo 81 del 2008) che indica il percorso: valutazione dei rischi e relativo piano di miglioramento. Certo, questo sulla carta; poi tale modus operandi va calato nelle realtà aziendali che spesso, essendo di piccole o addirittura micro dimensioni, sentono in modo notevole il relativo peso applicativo (in termini di tempo e risorse da dedicare).

La normativa è complessa, ma non complicata; il legislatore ha promulgato una norma lineare nei suoi principi applicativi ma che, come tutte le norme, avverte il passare del tempo e dunque va (andrebbe) aggiornata costantemente in modo da mantenerla allineata con il progresso e l'evoluzione dinamica del mondo del lavoro.

Il regime sanzionatorio previsto dal TUSL (Testo Unico in materia di salute e Sicurezza nei luoghi di Lavoro, definizione estesa del D.Lgs. 81/08) è severo anche dal punto di vista penale, ma per applicarlo occorre (occorrerebbe) effettuare controlli sistematici da eseguire soprattutto nei settori maggiormente a rischio infortunio.

Chi fa i controlli ha un compito di deterrenza fondamentale, ma se pensiamo che in dieci anni il numero degli ispettori ASL sul campo si è dimezzato (per varie ragioni: spending review, pensionamenti non sostituiti, nuove attribuzioni e così via) è evidente come si registri una seria difficoltà nell’effettuare le dovute verifiche. Valida l’idea di creare un Ispettorato Nazionale del Lavoro - INL, operativo dal 2017, con il compito di coordinare e ottimizzare gli sforzi ispettivi del personale di INAIL, INPS e del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, ma l’organico INL è passato (sempre per le motivazioni di cui sopra) da 5.673 unità alle odierne 4.938 (-13%), quindi con una capacità di incidere sul territorio in controtendenza rispetto alle esigenze e rispetto al dato che vede l’85% dei controlli avere un esito sanzionatorio per manifeste inadempienze.

Le compagini sindacali sono molto sensibili al tema della sicurezza sul lavoro; una recente proposta ipotizza l’applicazione di una modalità simile a quella della patente a punti per premiare o punire chi si attiene alle norme o chi le disattende. In realtà esistono già strumenti premianti per le aziende virtuose, ma è evidente che si vuole spingere ulteriormente su questa via per arrivare a miglioramenti significativi in tempi contenuti.

Anche il mondo imprenditoriale invoca interventi sul tema sicurezza sul lavoro. Di fatto si è creato, soprattutto in alcuni ambiti e in taluni distretti produttivi, un mercato a due velocità: se non si applicano infatti le regole imposte dal D.Lgs. 81/08 si possono sostenere costi più bassi e quindi offrire servizi a tariffe sensibilmente più convenienti, conquistando ulteriori quote di mercato a svantaggio dei competitor. Aggiungiamo inoltre che infortuni e malattie professionali hanno un peso non solo sociale ma anche economico assai rilevante, stimato intorno al 2,6% del nostro PIL.

Con un approccio professionale e mirato, i tecnici impegnati nella consulenza sulla sicurezza nei luoghi di lavoro si impegnano quotidianamente nel sostenere le aziende nell'impostazione di quelle dinamiche della sicurezza che sono alla base della prevenzione dei rischi. C'è comunque da osservare come la crisi economica, che ha imperversato nell’ultimo decennio, possa avere contribuito a una distrazione di risorse dalle spese relative alla sicurezza di impianti, macchinari e luoghi di lavoro. Ma non ci si può “ricordare” della 81/08 solo a seguito di un infortunio o di una sanzione: sarebbe come rispettare un semaforo rosso solo in presenza di un vigile urbano!

Nella mia attività di docenza, o nei convegni dove sono relatore, spesso paragono la sicurezza sul lavoro a quella stradale, perché se accade un incidente sulla strada c’è sempre una responsabilità: regole non rispettate, vettura non efficiente, strada non idonea. La logica degli infortuni sul lavoro è molto simile: non è quasi mai colpa del destino o del caso, ma di qualcuno che non ha fatto qualcosa, può essere una manutenzione non realizzata, un cartello non appeso – o se appeso, non rispettato – un incarico non assegnato, un addestramento non effettuato oppure semplicemente non si prestava la giusta attenzione a quello che si stava facendo. Anche le mansioni più semplici e ripetitive richiedono concentrazione per evitare un incidente a se stessi o ad altri. Non a caso l’articolo 20 del D.Lgs. 81/08 stabilisce in modo perentorio che «ogni lavoratore è responsabile della propria personale sicurezza e di quella dei propri colleghi».

L’invito è chiaro: non cerchiamo alibi o scuse. Ogni attore del sistema sicurezza ha giustificazioni, attenuanti, ragioni sicure e buone a fronte delle quali può motivare perché “le cose non vanno bene”; è un esercizio umanamente comprensibile ma non condivisibile. Nel vocabolario inglese esiste una parola (commitment) che chiarisce perfettamente l’approccio necessario al tema della sicurezza nei luoghi di lavoro: definisce l’impegno, o se si preferisce la dedizione, da profondere. Chi lavora deve prendersi questo commitment, ma è solo l’inizio (un buon inizio); l’intero “sistema lavoro” deve poi tendere a creare un insieme organizzato ed efficiente dove ovviamente viene perseguito l’utile di bilancio, ma dove l’applicazione della norma è una componente “sine qua non”.

Singoli, piccoli, costanti passi per un lungo percorso.

Come spesso accade per i grandi problemi non c’è una soluzione di pronta applicazione che li possa risolvere; la loro evoluzione positiva dipende da azioni corali e continuative con il fine di attivare un’inversione di tendenza che poi nel tempo diventa miglioramento.

Non facciamo in modo che si parli di sicurezza sul lavoro solo in occasione di una importante ricorrenza; riserviamo nel nostro modo di pensare e di agire un posto, stabile e permanente, a questo aspetto. Come spesso affermo a chiusura delle sessioni formative che guido: «Una fattura errata può essere corretta tramite una nota di addebito/accredito, ma le conseguenze di un grave infortunio restano per sempre».

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